L’Eneide di Virgilio è, senza dubbio, uno dei capolavori della letteratura occidentale, l’apice della letteratura latina antica, il prodotto più inequivocabile del classicismo romano. Si tratta di un poema epico, diviso in dodici libri, che racconta la storia di Enea, eroe troiano, costretto a lasciare la sua città poiché saccheggiata dai Greci e deve attraversare il Mediterraneo alla ricerca di una nuova patria. il viaggio si conclude nella penisola italiana, che riesce a conquistare dopo molteplici combattimenti. Virgilio concepì con la sua opera un chiaro intento politico . Secondo la leggenda, Enea fu il capostipite del ceppo a cui apparteneva Ottaviano Augusto, il cui potere è legittimato attraverso la narrazione delle sue origini mitiche di fondare una nuova Troia, la base di quella che diventerà infine a Roma.
L’Eneide (in latino: Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta Publio Virgilio Marone tra il 29 a.C. e il 19 a. C. Narra la leggendaria storia dell’eroe troiano Enea (figlio di Anchise e della dea Venere) che riuscì a fuggire dopo la caduta della città di Troia, e che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano.
L’orientamento alessandrino verso il poema breve risalta ancor di più se si pensa che i dodici libri di Virgilio rivaleggiano con entrambi i poemi omerici: i primi sei libri rinviano infatti al modello dell’Odissea (il viaggio avventuroso); gli altri sei al modello dell’Iliade (la guerra). L’ordine delle vicende, rispetto ad Omero, viene rovesciato e l’avventura viene trattata prima della guerra. Col suo modello Virgilio instaura un rapporto di raffinata competizione innovativa. Il viaggio di Ulisse era un viaggio di ritorno, quello di Enea un viaggio di rifondazione proiettato verso l’ignoto; la guerra nell’Iliade era una guerra di distruzione, quella di Enea è rivolta alla costruzione di una nuova città e di una nuova civiltà; l’Iliade si concludeva con la disfatta troiana, l’Eneide con la vittoria del troiano Enea, che risarcisce il suo popolo della patria perduta.
Virgilio-Protasi dell’Eneide (Virg. Aen. I 1-33)
Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto,
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio, genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso
quidve dolens regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?
Urbs antiqua fuit (Tyrii tenuere coloni)
Karthago, Italiam contra Tiberinaque longe
ostia, dives opum studiisque asperrima belli;
quam Iuno fertur terris magis omnibus unam
posthabita coluisse Samo: hic illius arma,
hic currus fuit; hoc regnum dea gentibus esse,
si qua fata sinant, iam tum tenditque fovetque.
Progeniem sed enim Troiano sanguine duci
audierat, Tyrias olim quae verteret arces;
hinc populum late regem belloque superbum
venturum excidio Libyae: sic volvere Parcas.
Id metuens veterisque memor Saturnia belli,
prima quod ad Troiam pro caris gesserat Argis:
necdum etiam causae irarum saevique dolores
exciderant animo; manet alta mente repostum
iudicium Paridis spretaeque iniuria formae
et genus invisum et rapti Ganymedis honores:
his accensa super iactatos aequore toto
Troas, reliquias Danaum atque immitis Achilli,
arcebat longe Latio, multosque per annos
errabant acti fatis maria omnia circum.
Tantae molis erat Romanam condere gentem.

Virgilio, Eneide, I 1-33
Canto le armi, canto l’uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina
a causa dell’ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l’offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira son capaci i Celesti?
Vi fu un’antica città, abitata dai Tiri,
che fronteggiava l’Italia e le foci del Tevere
da lontano: Cartagine, ricchissima di mezzi
e terribile in armi. Si dice che Giunone
la preferisse a ogni terra, persino alla stessa Samo,
e vi tenesse le armi e il carro. Già da allora
la Dea si adoperava con ogni sforzo a ottenerle,
se mai lo consentissero i Fati, l’impero del mondo.
Ma aveva saputo che dal sangue troiano
sarebbe nata una stirpe destinata ad abbattere
le rocche di Cartagine; che un popolo dal vasto
dominio e forte in guerra sarebbe venuto a distruggere
la Libia: tale sorte filavano le Parche.
Temendo l’avvenire e memore della guerra
che aveva combattuto un tempo sotto Troia
per i suoi cari Argivi, Giunone conservava
ancora vive nell’anima altre ragioni d’ira
e di fiero dolore: le restano confitti
nel profondo del cuore il giudizio di Paride,
l’onta della bellezza disprezzata, il rancore
per la razza troiana, gli onori ai quali è assurto
Ganimede. Infiammata da tanti oltraggi, la Dea
teneva lontani dal Lazio, sballottati sulle onde,
i Troiani scampati ai Greci ed al feroce
Achille: ed essi erravano sospinti dal destino
per ogni mare da molti e molti anni. Tanto
era arduo, terribile, fondare la gente romana!
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